03 maggio 2014 – TANO GULLO

DALLA PRIMA DI CRONACA

LACONTROVERSIA (che vede al centro un Crocifisso ligneo alto un paio di metri) tra chi propugna il rispetto della tradizione locale e chi vuole ricondurre il libero arbitrio dentro i canoni rigorosi di madre chiesa, rischia di finire sul tavolo dell’arcivescovo di Monreale e chissà magari in qualche sacra stanza del Vaticano.

Ecco il motivo del contendere: a Giuliana da oltre quattro secoli il “Crocifisso della pioggia” è circondato da un’aura miracolosa; dal giorno in cui viene portato in dono da uno sconosciuto, il 24 aprile del 1579, quando dopo otto mesi di siccità esasperante, cade giù tanta di quell’acqua che rischia di trascinare il paese a valle. La fama del Cristo si dilata e dai centri vicini arrivano a frotte portando doni. I più lesti sono i pescatori di Sciacca che arrivano con ceste piene di pesce. La comunità con l’avallo delle autorità religiose decide di festeggiare il miracolo ogni anno il venerdì successivo alla Pasqua con la processione della statua portata a spalla per le vie del paese. Quel giorno diventa anche una consuetudine onorare la tavola con pasta e sarde e altri piatti al profumo di mare, un altro prodigio per un posto assai lontano dalla costa. Si sa, nell’Isola ogni festa si volge ad abbuffata.

Per 455 anni né vescovi, né arcipreti, che si sono succeduti a decine nella diocesi di Monreale, hanno avuto nulla da ridire sull’usanza irrituale, poi arriva un nuovo parroco, don Luca Leone, un ex evangelista di Corleone, e manda tutto a catafascio. «Che c’entra la processione di Cristo in croce giusto nella settimana in cui è risuscitato?», dice e sospende la processione. Le polemiche esplodono nella Settimana Santa. Gli animi si infiammano e il prete durante le messe della Quaresima suggerisce di non scambiarsi il segno della pace «visto che poi uscite dalla chiesa e mi sparlate».

Il paese va in escandescenze. Il prete capisce l’antifona e per placare gli animi propone di postergare la processione di una settimana, il 2 maggio, giusto il tempo di scansare i giorni della resurrezione. Il suggerimento sortisce l’effetto contrario e dà la stura a un effluvio di cavilli teologici su Internet. A capeggiare il fronte dei dissidenti è il cultore di storia locale Giuseppe Marchese, che con piglio pedante attraversa secoli di storia del cattolicesimo per sostenere che nulla vieta di onorare il Cristo in croce anche dopo la sua resurrezione.

Ricordiamo un’altra feroce guerra di religione a Palermo negli anni Settanta, quando, al contrario, innalzarono una croce con Gesù a Palermo in piazza Politeama proprio nei giorni del Natale. In quell’occasione ci fu chi scrisse che mettevano in croce il Cristo ancora prima che nascesse. Così come oggi lo inchiodano sul legno dopo che è risorto. In un caso o nell’altro il povero Cristo non ha requie. È sempre in croce.

Sorgente: LA CONTROVERSIA DEL CRISTO IN CROCE DOPO LA RESURREZIONE – la Repubblica.it

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