da Feste patronali nella Sicilia Occidentale La Festa del Crocifisso in Calatafimi

di Giuseppe Pitrè
—————Il Santissimo CrocifissoCALATAFIMI SEGESTA — Due vecchierelli, marito e moglie, dovevano un giorno mutar di casa. Quella che lasciavano era meschina; ma quella che dovevano andare ad abitare, era più meschina ancora, un vero casalinu.
Messisi a ripulirla, trovarono dietro una cassa un Crocifisso vecchio vecchissimo e così nero da potersi appena riconoscere. Lieti della scoperta, pulirono e fecero tingere quel Crocifisso e lo attaccarono alle pareti. Se non che, al domani, appena desti guardatolo, lo trovarono più nero di prima: sorpresi lo fecero ritingere; ma il dì seguente lo ritrovarono nero come e più del secondo giorno. Non c’era da dubitarne: il Crocifisso non voleva essere ritoccato e meritava un posto più degno.
Fu incominciata una questua per convertire in chiesa la povera casetta; e non vi fu paesano che in un modo o in un altro non offrisse il suo obolo all’opera devota; solo un uomo o una famiglia Colombo si rifiutò: e fa un grave scandalo per tutto il paese, che di quel nome non volle più saperne. Si dice che a piè della croce del prezioso simulacro sia una iscrizione poco leggibile con queste parole: Fora Culummi! specie di sentenza con la quale gli antichi Calatafimari vollero in perpetuo esclusi tutti coloro che porterebbero quel nome. Rilevo questo “si dice”, lasciando agli antiquari di buona vista la ricerca della terribile condanna, che corre già in modo proverbiale in quel comune.
Tant’è coi Colombi e senza i Colombi la chiesa sorse, ed è quella che oggi si dice di lu Signuri, ed il Crocifisso vi trovò la sua sede, ove i paesani accorrono in gran numero, spettatori e narratori di prodigi di esso fin dal primo istante che fù scoperto.
Divenuto aggetto principale della devozione del comune, raccolse ed assorbì tutte le cure dei fedeli.
Fu preso a patrono ed ebbe due feste annuali: una ai primi di Maggio, una al 14 Settembre, ricorrenze della Invenzione e della Esaltazione della Santa Croce. Quest’ultima però è secondaria.
Il 1° Maggio, principio della festa, vi è di notevole la “processione degli scolari”. Un centinaio di fanciulli tra i dieci e i dodici anni, vestiti a nuovo, si recano alla “Badia grande”, che è il monastero migliore del paese, per rilevarvi la croce sulla quale deve attaccarsi il Crocifisso. Questa croce, che il popolino ritiene d’argento massiccio, è stata portata prima a quel monastero per essere parata a fiori a devozione ed opera delle monache. I fanciulli recano ciascuno un emblema della Passione: un chiodo, una spugna, un calice, una patena, a velo, la cintura di G. C. ecc. La gente guarda e si asciuga gli occhi. Vengono dietro i mugnai, i fornai ed i cavaddara, venditori di frutta e di altre cose da mangiare, tra le quali, certi cavallucci di cacio fresco, che probabilmente danno la caratteristica del nome.
Con la presentazione del prezioso legno alla chiesa si chiude il primo giorno.
Secondo giorno. Chi ne ha fatto voto, va ad offerire grandi torce di cera al Crocifisso. In ragione della entità della offerta e la solennità della messa in iscena: un torcetto da uno, due rotili va accompagnato da un tamburo; uno da cinque, sei, da musica. Non mancano i nastri fiammanti e le grandi guantiere con sòpravi la offerta; la quale coincide sempre al momento della celebrazione della messa cantata nella chiesa del Crocifisso.
Verso le due pomeridiane comincia una processione ideale, dal popolino della riali, o perché, giusta la etimologia che ne trae il popolo, è cosa veramente magnifica e degna di esser vista da principi, o perché vi prende parte un rè. Infatti tra i personaggi che più attirano l’attenzione del pubblico, quale è più sontuoso di un re o d’una regina coi rispettivi seguiti?
Come appare dalle pubblicazioni intorno a dimostranze in Sicilia, questa processione non si ripete ogni anno, ma quante volte se ne ha i mezzi. Anticamente si eseguiva ogni dieci anni; e la Relazione del 1780 ne è documento. Ho sottocchio alcune di siffatte relazioni e mi rincresce che angustia di spazio non mi consenta di darne notizia al lettore. Gli studiosi delle sacre rappresentazioni popolari avrebbero da trarne buon partito. Circa alla esecuzione non può tacersi il vivo senso che reca agli astanti l’armeggio dei diavoli o di altri spiriti maligni, non meno esorbitante che pauroso, e, quando vi entra la sinistra figura della morte, che fa chiudere gli occhi o voltare il viso. La vista dei quali viene però compensata dal grato coro di fanciulli che a quando a quando, nelle fermate della processione, eseguono i pezzi loro assegnati.
Cammina, cammina, i processionanti a certo punto s’incontrano con la cavalcata; che, mentre sfila, io cercherò di descrivere alla meglio.
Entrata da porta Palermo, essa si compone di massarioti, tutti sopra superbi muli, sellati, ornati nelle più vaghe fogge. Ha ognun d’essi un gran cero coi soliti nastri e due buccellati infilativi; dall’alto in guisa che vengano a posare sulla mano. Procedono a due, ma finiscono in tre, portanti, due un cavalluccio di legno o cartone ciascuno; l’altro, quello di mezzo, una vaccherella, pur essa di legno o cartone. Grande è il diletto che della lor vista prende la gente: ma maggiore ne prende della così detta carrozza, un carro rivestito di alloro e coperto di buccellati, alla cui cima è un bello e ben auguroso manipolo di spighe, le quali, secondo la credenza, per la festa del Signore son belle e compiute (cunchiuti). Lo tirano quattro paia di buoi fiorati ed infettucciati, e vi stan sopra dei massarioti, i quali lungo la strada non si stancano di rompere uno alla volta quei pani e di gettarne i pezzi in alto alle persone dei balconi e delle finestre; in basso alla folla, e tutti si adoprano ad afferrarlo premurosamente come pane benedetto.
La folla applaudisce e grida evviva, e la carrozza cammina per compiere la parte del giro disegnata dalla consuetudine, e quando è giunta nella piazza della chiesa del Crocifìsso, i buoi, innanzi la porta, fanno un inchino di riverenza al Signore, e si fermano. Quell’inchino è l’ideale dei devoti, che non sanno se sia da attribuire a miracolo del Signore, o ad abitudine degli animali, o ad arte dei boari. Il getto del pane qui si riaccende, e continua gagliardo, ben nutrito nella seconda parte del giro, fino alla porta Palermo, dove tocca al parossismo, finché la carrozza non sia del tutto spogliata.
Una leggenda popolare sulla festa di Calatafimi, intitolata: Li parti di lu Crucifissu, canta questa scena del carro così:

‘Scìu la carroza, chi già lu sapitì,
Era càrrica assai di cucciddati,
China di li burgisi tutti uniti,
Jittannu pani pi li strati strati.

E chiude col quarto spettacolo della giornata: la processione del Crocifìsso, che da nome alla festa.
Vari ceti vi prendon parte e nel seguente ordine: Mugnai, villani, massarioti, maestri (operai), cavaddari (i bottegai dianzi nominati), galantuomini, confrati del Crocifisso, clero. Il Crocifìsso è, come si è già detto, nero, piantato sulla croce d’argento; dietro al quale, dopo un pò di banda musicale, è la macchina con la Madonna di Giubbinu (Maria di Giubino), una statua così chiamata da una contrada nella quale sarebbe stata trovata, e donde, per la solita prova del carro tirato dai buoi, sarebbe stata trasportata a Calatafimi, che ne fece suo vanto, gloria e sostegno massimo. Difatti non v’è bisogno privato o pubblico in cui essa non venga cercata, invocata, e, secondo le occasioni, minacciata, o premiata nei gravi casi e nelle grandi calamità: e sempre mettendosi fuori la chiesa o conducendosi non so in quali siti.
Questo si ripete al terzo giorno, compreso lo sparo dei fuochi.
Per tutta la provincia di Trapani poche solennità godono la rinomanza di questa di Calatafimi: e la leggenda ne mena gran vanto nei versi della parti sopra ricordate:

Lu Crucifissu di Calatafìmi
Ammintuatu pi terra e pi mari;
Ogni pirsuna cci vurrissi jiri
Pi vidiri sta festa principali.

http://www.castellammareonline.com/calatafimi_pitre.html

[https://it.wikipedia.org/wiki/Festa_del_Santissimo_Crocifisso_a_Calatafimi]

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